Puntuale come la rata delle spese condominiali ecco riesplodere (si fa per dire) la polemica sulla cultura di destra: esiste, non esiste, come è fatta, chi sono gli ortodossi, chi gli eretici e via almanaccando.Ieri almanaccava qualcuno: «La strana eclissi della destra. Vince ma non ha più identità». E ancora : «Maggioritaria in politica, debole in campo culturale».
Oggi almanacca qualcun altro: dopo l’avvento di Berlusconi (1994) il centrodestra non ha saputo creare una mobilitazione degli intelletti affini e non si è dotato di una «dimensione progettuale».
E ancora : Ha un potere politico enorme e una strategia culturale nulla.
Molti giornalisti,tra cui Massimo Fini, si prodigano per trovare qualcosa di originale da dire su un tema fritto e rifritto.
Massimo Fini sostiene di non riscontrare sostanziali differenze: secondo lui,destra e sinistra sono sfumature impercettibili, due facce della stessa medaglia industrialista e disumanizzante.
La realtà è che le categorie destra e sinistra sono venute meno: Nate all’epoca della Rivoluzione industriale e dell’Illuminismo, dopo due secoli oggi non sono più in grado di interpretare le esigenze della gente.
E il risultato è che viviamo in una sorta di pensiero unico.
L’inesistenza della cultura di destra è un luogo comune assimilabile alla scomparsa delle mezze stagioni. Non a caso viene ripetuto ogni tre - quattro mesi e riproposto più o meno con le stesse argomentazioni e le medesime conclusioni.
In realtà esiste una cultura di governo,chiara e condivisa nei propositi liberali, anche se talvolta annacquata dal giochino delle mediazioni e dalla resistenza della macchina statale. È fatta di lotta alla burocrazia, di tassazione più equa, di minore spesa pubblica, di maggior spazio ai privati e così via.
Esiste poi una cultura, per così dire, delle grandi idee e delle strategie che ispirano direttamente o meno l’azione politica.
Ci sono molte personalità e molte realtà interessanti, a patto naturalmente di volerle conoscere. Sono tutte familiari ai lettori dei giornali di centrodestra.
Quindi tralasciamo di evocare le numerose e diverse, talvolta diversissime, anime del mondo conservatore, liberale, libertario e cattolico che senza forzature si possono ascrivere alla destra.
Sarebbe inutile ricordare per l’ennesima volta le fondazioni e i think tank (i serbatoi pensanti) più intraprendenti,i siti e i blog più cliccati, gli scrittori e i libri più influenti, gli editori più coraggiosi.
Tralasciamo anche di rovesciare la frittata: sarebbe troppo facile chiedere quale cultura abbia prodotto il centrosinistra negli ultimi quindici anni. Micromega ? I filosofi da girotondo? I film di Muccino? Gli scrittori da Premio Strega ? I saggi filosofici di Eugenio Scalfari? Le lamentationes di Asor Rosa e degli altri infiniti laudatori del passato ?
Non conviene indagare troppo, potremmo scoprire che le cose migliori erano i romanzi di Walter Veltroni, poi tocca rivalutarli.
Però ai ciechi e ai sordi occorre ricordare che da tempo è suonata la campana a morto per una bella fetta di sinistra, quella che non riesce proprio a riconoscere con onestà i propri errori e quindi si condanna a restare quarant’anni indietro rispetto al resto della società.
Tralasciamo tutto questo e facciamo un paio di osservazioni.
Nella realtà di oggi l’intellettuale è più o meno la cinghia di trasmissione fra masse e partito. Un partito va al potere, raduna una milizia di teste pensanti fedeli alla linea, e inizia a «progettare» cioè a occupare tutto l’occupabile. E se proprio la cinghia è fuori moda, l’intellettuale almeno è il consigliere del Principe. Del resto perfino Bush, che certo non ha fama di grande lettore, ascoltava attentamente i consigli degli intellettuali .
La cultura non è una meteora passeggera che passa ogni anno luce o ogni 4 mesi.
La cultura non è l’acqua del fiume che scorre sotto il ponte di una Fondazione ,di un foglio o di un Circolo culturale.
La cultura si valuta sul lungo periodo. Si valuta dal bagliore intenso che trasmette e dall’effetto che provoca nell’oceano mondo popolare.
Molto a destra è stato fatto, e molto è in cantiere. Gli sconfinamenti apparenti sono benvenuti. Le provocazioni raccolte. Le discussioni apprezzate. Le diversità accettate e talora anche recepite.
Il fatto,deprecato da alcuni,che Berlusconi pensi a Tony Blair per la sua Fondazione di Arcore non dovrebbe scandalizzare,anzi semmai testimonia la capacità di confrontarsi e attrarre mondi diversi ma non incomunicabili.
Un segno di vitalità e di forza, non di resa.
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